Il coro, la musica, la quaresima

Oggi inizia il carnevale. Questa settimana non faremo prove né con le Voci Azzurre né con il Coro degli adulti; ci ritroveremo mercoledì per la celebrazione delle Ceneri. E’ bene, ogni tanto, prepararsi al silenzio con il silenzio benché ci sia una festa, che sia festa, a casa, con famiglia e amici.

Noi che cantiamo e suoniamo sappiamo bene dove risiede il silenzio: nella musica stessa.

La musica non è casuale, c’è a prescindere da noi, del rumore del vento, della pioggia sulla terra o sul mare, nel canto degli uccelli… finché non sentiamo anche noi il bisogno di battere un piede ritmato a terra o una penna fra le mani o le dita a tamburello sul tavolo o soffiare o fischiettare perché è una cosa che distrae dalla noia oppure, magari, perché se è fatta in un certo modo mi fa stare bene.

Perché il silenzio? Perché la musica si basa sul silenzio, sulle pause, sui momenti tra la fine di una nota e l’inizio dell’altra… un’attesa… un avvento… una quaresima.

E in quel momento di pausa e silenzio cosa si fa? Si trattiene il respiro: è quella la musica che rende l’aria più leggera dell’ossigeno, pronti a stupirci al battere o levare della nota che riparte.

Nel Gregoriano, che non siamo tanto abituati a cantare pregando, per esempio nel Tantum Ergo che canteremo la notte del Giovedì Santo, tra le due strofe dell’Inno, c’è un pausa in cui nel silenzio diciamo Gloria… in attesa di riprendere.

La musica non è banale, il creato è esso stesso musicalmente fatto, perfetto, basta imparare ad ascoltare. Decidere che c’è un tempo definito in cui cantare, suonare, fare musica; non a caso, “tempo” è un termine musicale, matematico.

L’ascolto, il rispetto del suono che emette l’altro, provare a diventare l’altro, farsi aiutare, sono principio e fine dell’esistenza stessa di un coro.

Il rispetto dell’altro, l’attacco e la chiusura, il tempo, il forte e il piano, il pianissimo, sono la struttura.

Per chi dirige il coro, così come per chi canta e suona, c’è una partitura, uno spartito, degli accordi, un che di rigoroso, che potrebbe essere come una casa in cui coro ed orchestra vivono insieme, una società ideale. Il direttore e il corista si prendono cura di tutti; meglio ancora si cerca di conoscersi tutti, di non forzare una voce stanca o magari di provocare una voce timida, ma soprattutto di ascoltare.

Ci si richiama alla partecipazione alle prove, a fare un sacrificio, che non è rinuncia, perché sacrificio vuol dire dedicarsi al sacro, e a fare questo gesto insieme. Farsi curare da questo gesto sacro.

Tutto parte dallo spartito, come se fosse una radice. E’ come la fede senza la quale non potrei partire per il cammino insieme al fratello verso il mistero.

E dallo spartito, come dice il nostro organista Marco, è bene partire, e più siamo aderenti alla partitura più siamo liberi, proprio come succede con la fede. Più aderiamo al motivo che ci fa stare insieme, più camminiamo insieme. L’intonazione non è una tecnica; mi perdonino i maestri se sto dicendo una fesseria, ma per me significa avere lo stesso modo di dire una cosa nel momento giusto. A tempo.

Quindi partire dalla stessa radice è condizione necessaria per intraprendere il viaggio nella bellezza.

Abbiamo fatto una sosta anche con i ragazzi ed i bambini, splendidi, parte di noi e della nostra vita. Tutti.

Ecco. Mi piace pensare a loro come il futuro, benché un laboratorio di canto e chitarra possano sembrare una cosa piccola per pensare in grande. E penso alla loro capacità di stupore dopo il silenzio.

Un compositore moderno e di fama dice che non esiste musica alta o difficile, non esiste un curriculum del bravo ascoltatore, ma una disposizione allo stupore … come i bambini.

Oggi caos, eccesso di social e fretta generano tanto di quel rumore che siamo imbarazzati dal silenzio e da quelle cose belle che invece sarebbero a portata di mano.

Durante le prove di chitarra del nostro laboratorio con i bambini e ragazzi spesso mi incanto a guardare i sorrisi per il successo nel riuscire a suonare un accordo di Fa maggiore ad andare a tempo con tutti. Abbiamo poco tempo, ma spesso si fermano, interrompono il canto e chiedono. Senza sovrastrutture, cercano e chiedono la soluzione senza fretta perché, magari, è il percorso a essere bello, è la strada, il cammino a rendere felici, non il punto di arrivo. Fanno domande. In una grande città se mi perdo mi fermo e sono costretto a chiedere. Devo tornare ad avere i presupposti per fidarmi. Come un bambino,

Il coro, l’appartenenza ad un coro, deve generare questa urgenza alla fiducia dell’altro, è un posto bello dove stabilire relazioni e riabituarsi a farlo.

Di fronte a tanta bellezza cosa dire; mi stupisco di fronte a quanto mi aspetta ed ecco, allora, il senso di essere piccolo, un corista che ha bisogno degli altri.

Spesso il Don dice siete pronti? Ha ragione, c’è un orario da rispettare.

Ci perdonerà, ne sono certo perchè… il bello sta anche nel non essere pronti. Tanto suonerà ugualmente la campanella, ma questo non essere pronti non ci farà pensare all’importanza di essere tecnicamente perfetti, perché noi daremo tutto. La musica è anche un gesto di amore… tutto o niente Non è una gara. Nella parola competizione c’è la radice “cum” che vuol dire insieme e “petere” che vuol dire domandare.

“La musica è la stenografia delle emozioni”, ha detto uno bravo, con le pause al momento giusto, la magia sta nel lasciarsi trascinare da quelle evoluzioni. E a noi piace salire su quell’ottovolante.